L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI ERNESTO

‘Commedia frivola per gente seria’:

così venne definita, dallo stesso autore, l’opera in tre atti, scritta nel 1895 da Oscar Wilde

‘L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI ERNESTO’ (‘THE IMPORTANCE OF BEING EARNEST’), intrighi, perbenismo, bugie, nei salotti signorili londinesi. Wilde, utilizza ‘Earnest’, come nome di persona, dove nella società del tempo, un titolo era determinante, ed ‘earnest’ come aggettivo, per sottolinearne l’inaffidabilità. La prima versione cinematografica de ‘L’importanza di chiamarsi Ernesto’ è quella del 1952, diretta dal regista Anthony Asquith, con Michael Denison e Michael Redgrave;

la versione più recente, quella del 2002, diretta da Oliver Parker, con Colin Firth e Rupert Everett.

Dalla prima nazionale di fine 2017, Ferdinando Bruni e Francesco Frongia dirigono Giuseppe Lanino (John Worthing), Riccardo Buffonini (Algernon Moncrieff)

e gli altri attori della Compagnia Teatrale dell’Elfo, che interpretano i relativi ruoli

ricalcando con leggerezza quell’humor queer tipico della scrittura di Wilde e con messaggio, l’invito al coraggio di essere sempre sé stessi senza ipocrisia. In una scenografia dalle pareti in prevalenza bianche (per richiamare il concetto di ‘onestà’), costumi e oggetti di scena colorati

in un’immaginario pop, dove i personaggi non sono necessariamente ottocenteschi, ma ‘universali’. ‘L’importanza di chiamarsi Ernesto’ narra di Jack Worthing, elegante gentiluomo dagli sconosciuti natali, tutore della giovane Cecily e innamorato di Gwendolen, che si inventa l’esistenza di un fratello di nome Earnest, da seguire, permettendosi lunghe assenze dalla tenuta di campagna in cui si annoia e dell’amico aristocratico Algernon Moncrieff, il quale, a sua volta, ha creato un personaggio di nome Bumbury, molto ammalato, che deve accudire, sfuggendo agli eventi mondani che non gli garbano. Desiderando, sia Celily, che Gwendolen, fidanzati con il nome di Earnest, entrambi i corteggiatori arriveranno quasi a farsi battezzare, pur di portare il titolo agognato; di rigore in chiusura commedia

un lieto fine.

Foto: Laila Pozzo

Angela Balboni

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