UNA CASA DI PAZZI

Sul doppio binario di follia/razionalità e salute/malattia, le note di ‘The sound of the silence’ di Simon & Garfunkel e la rappresentazione appesa al muro di San Sebastiano ad aprire la scenografia di

‘UNA CASA DI PAZZI’, il prolifico commediografo di Montalto Uffugo, Roberto D’Alessandro che riesce a miscelare in modo sorprendente comicità e drammaticità. La storia si svolge in una grande casa di una nobile famiglia decaduta, tra mobili intarsiati, capitelli e oggetti di cui più nessuno ne ricorda l’utilizzo. Due fratelli hanno da poco perso il padre

REMIGIO (ROBERTO D’ALESSANDRO) è malato di ossessività compulsiva, ATTANASIO (ENZO CASERTANO) è un uomo paziente ed accondiscendente. I due trascorrono le giornate a fingere di essere personaggi dei grandi classici della letteratura:

uno è Don Chisciotte, l’altro Sancho Panza

Dante e Virgilio

Neo e Morpheus  del film ‘Matrix’; vivono con la pensione di accompagnamento ed Attanasio attraversa una profonda crisi coniugale con MARIA ALBERTA (MARIA CRISTINA FIORETTI) che risiede con loro. A complicare la sottile relazione entrerà nella vita di Attanasio la vulcanica GINA (MARIA LAURIA), vicina del piano di sotto, vedova da un decennio che dell’uomo si innamorerà pazzamente e un’inattesa e pesante cartella di Equitalia relativa al negozio di antiquariato che Attanasio e Maria gestivano insieme anni prima. Di Remigio se ne era occupato sempre il padre, ora, Attanasio si rende conto delle difficoltà nel gestire l’irrazionalità comportamentale del fratello; le strutture sanitarie e i servizi sociali di riferimento non sono d’aiuto nella cura dei cari malati di mente: “La faceva facile Basaglia!” recita Attanasio/Enzo riferendosi all’incompletezza della Legge 180 voluta nel 1978 da Franco Basaglia che ebbe come conseguenza la chiusura dei manicomi ma, se da una parte ai malati, in questo modo viene riconosciuta la loro dignità umana, dall’altra, mancanza di strutture ospedaliere di ricovero alternative e reparti di psichiatria specializzati, inoltre il ridimensionamento del periodo di ricovero forzato in egual misura per un massimo di 14 giorni per tutti i pazienti affetti da patologie gravi e violente ha ripresentato nuovamente per le famiglie il problema ingestibile delle cure degli stessi malati.

 

 

Angela Balboni

 

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