WALTER DI GEMMA

Il cabaret milanese:

“Una fucina di idee, di personaggi e di testi difficilmente ripetibili. Un cabaret in cui non erano protagonisti solo sketch e monologhi ma anche la canzone italiana, lombarda e, nello specifico, milanese. Io personalmente sono stato affascinato dai Gufi (Brivio, Magni, Svampa e Patruno) che mi hanno folgorato sulla via Monterosa e allo stesso tempo ispirato. Abbiamo tutti imparato e ‘rubato’ dal repertorio di questi grandi maestri, come Walter Valdi, Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Franco Nebbia. Personalmente ho raccontato in un libro ‘Dagli Appennini alle Ante’ la mia personale storia del cabaret milanese dagli anni ottanta agli anni novanta, un mondo che ormai non esiste più e che sinceramente mi manca”.

Comicità VS Improvvisazione:

Secondo me sono complementari, un’accoppiata vincente ma non sempre facile da applicare sul piano pratico.

La comicità (parlata) è fine a se’ stessa, si conclude con una battuta e non ha la pretesa di stimolare ulteriori ragionamenti. A differenza della satira che offre certamente più possibilità di pensiero, perchè può muovere i significati attraverso l’uso di un linguaggio sottile e ironico.

L’improvvisazione è una dote naturale che aiuta a giocare con il pubblico e a tastare il terreno su quello che dovrà essere il discorso da affrontare, ma non solo. Se alla dote dell’improvvisazione si aggiunge il lato creativo con una buona dose di fantasia, sarà possibile creare ogni volta nuove battute legate alla situazione che si viene a creare spesso tra comico e il suo pubblico”.

La lingua milanese:

“Ebbene si, trattasi di una lingua. Erroneamente definita dialetto per questioni secondo me ideologiche, perche’ sono convinto che in diverse fasi della nostra storia, alcune cose acquistino o perdano di importanza per convenienza o per strumentalizzazioni di tipo politico. Un tempo la lingua milanese è stata la forza di una certa parte politica che, devo dire con un ottimo lavoro, ha diffuso e portato avanti la canzone popolare lombarda e milanese facendone giustamente una bandiera di tipo culturale. Nanni Svampa, per esempio ha contribuito grandemente alla diffusione della nostra canzone popolare e d’autore. A testimoniarlo una storica produzione discografica unita a pubblicazioni di libri che ancora oggi sono l’unico riferimento importante per chi vuole conoscere o solo approcciarsi al mondo della canzone e della lingua milanese. Personalmente mi sono innamorato del ‘milanese’ attraverso i dischi di Nanni e dei Gufi e, grazie a loro, ho avuto modo di impararlo e più tardi a scriverlo. Nino Rossi, altro baluardo della canzone milanese, poeta e musicista raffinato, mi ha fatto innamorare ulteriormente della canzone meneghina, ispirandomi definitivamente alla scrittura delle mie canzoni che, negli anni, sono diventate famose grazie al pubblico che assiste ai miei spettacoli. Un amore credo non finirà mai!”.

Il Teatro Canzone:

“Solo un genio come Gaber poteva inventarlo. Io mi sento onorato di aver scoperto da ragazzino questo ‘mostro’ artistico del nostro novecento. Una scoperta che mi ha aperto un mondo nuovo e regalato nuovi occhi per poterlo apprezzare e capire. Più che definire Gaber l’inventore del Teatro-Canzone, mi sento di dire che Gaber ha fatto di meglio: ha inventato sè stesso. Quella sua capacità di passare da un monologo a una canzone senza che il pubblico si accorgesse, ovvero coinvolgendolo emotivamente in un percorso in cui tutto succede e tutto si mescola sapientemente, perfettamente dosato, cantato e ‘recitato’, e quella sua forza inaudita che era nella sua natura di Artista ha fatto di lui un mito inimitabile e indimenticabile. Chissà quanti anni dovranno passare ancora perchè il mondo ci possa regalale un altro genio come lui”.

Giorgio Gaber per Walter Di Gemma:

“Non solo mi ha folgorato con tutto il suo Teatro Canzone (scritto con l’inseparabile Sandro Luporini), facendomi conoscere mondi che io, per ovvie questioni di età non potevo aver vissuto. Ha fotografato, analizzato, scannerizzato con la sua arte ogni periodo della nostra storia moderna. Attraverso i monologhi e le canzoni mi ha fatto capire il clima di certi momenti, l’importanza di periodi non facili, la necessità di inventare un uomo nuovo, scevro da ogni falsa coscienza. Ha letteralmente scavato nell’individuo cercando di rilevarne pregi e difetti scuotendo le nostre coscienze. L’onore più grande è averlo conosciuto. Credo sia stato l’uomo più tenero che abbia mai incontrato, rispettoso, gentile. Mi ha fatto sentire a mio agio immediatamente, anche perchè non era facile stare davanti a lui con le gambe che tremavano dall’emozione. Mi ha dato dei consigli, ha ascoltato qualche mia canzone, mi ha apprezzato chiedendomi anche un parere sulle canzoni che aveva appena inserito nel suo spettacolo. E io sciolto, incredulo e maledettamente fortunato. Grazie Gaber!”.

Jacques Brel:

Con Brel ho scoperto la poesia ‘alta’ che non credevo potesse convivere con la canzone. Scoprire il personaggio Brel a teatro (purtroppo solo attraverso un video arrivatomi dal Belgio) è stata una piacevole condanna. Cosciente che artisti di questo calibro danno la misura di come certe grandezze siano invalicabili. Ho scoperto con Brel uno dei più grandi ispiratori e maestri di Gaber, ma non solo. Ascoltando tutto il suo repertorio mi sono reso conto di quanto i nostri cantautori abbiano preso da Brel idee, temi e addirittura frasi delle sue canzoni. Cosciente di aver scoperto una musa ispiratrice determinante, ho approfittato della musicalità che la lingua francese ha in comune con il ‘milanese’ per scoprire, traducendolo, cosa dicesse Brel nelle sue canzoni.In quasi un anno ho tradotto in meneghino più di settanta canzoni di Brel, mettendo in scena uno spettacolo che in Lombardia ha toccato le settanta repliche.

La figlia del grande Jacques, France Brel mi ha scritto una lettera di congratulazioni per le mie traduzioni in milanese. A teatro tedeschi, belgi, olandesi e italiani appassionati di Brel decretano il successo del mio ‘Recital’ con entusiasmo inaspettato. Tutta la stampa dà risalto a questa nuova veste del repertorio Brelliano. Cosa dire di più se non ringraziare chi ci emoziona e ci insegna qualcosa che resterà per sempre nella nostra vita?”.

La stupidità:

“La stupidità credo sia un elemento caratteristico della nostra epoca. In un mio brano, intitolato appunto ‘La stupidità’ ho dichiarato che essa non ha sesso, nè età, nè colore. Ci siamo tutti dentro, sempre di più, a volte con quella saccenteria che ci fa credere di sapere ogni cosa, ma il più delle volte è un’esibizione che ci illude di essere al di sopra di tutti e di tutto. Siamo una specie di semidei, convinti di dominare il mondo, per poi scoprire che è bastato un virus per toglierci la ‘corona’”.

Liliana Feldmann:

“Una Signora del Teatro Italiano con la quale mi onoro di aver lavorato. Colei che per prima ha inaugurato la radio e la televisione, prima con Mike Bongiorno, poi con Febo Conti alla Rai Radiotelevisione Italiana. Interprete straordinaria, attrice a tutto tondo, cantante, doppiatrice e regista. Impossibile sintetizzare una carriera così grande e importante come quella di Liliana Feldmann. Posso solo testimoniare il mio pugno allo stomaco quando un giorno mi ha chiamato dicendomi: “Vuoi fare uno spettacolo con me al Teatro San Babila?”. Oltre a non credere alle mie orecchie non ho creduto neanche alle sue parole dopo che mi sono esibito per la prima volta con lei a Teatro. Faccio tesoro e mi ritengo fortunato. Con Liliana Feldmann ho anche scritto canzoni per bambini. Una di queste ha vinto il ‘Premio della Critica’ all’Ambrogio D’Oro di Milano”.

Il vocabolazzo:

“Con questo libro ho voluto continuare una tradizione cabarettistica: quella del gioco di parole che il grande Boris Makaresko aveva già iniziato con il suo cabaret negli anni 60/70. Ho aggiunto le definizioni mancanti mantenendo lo stesso spirito comico-satirico-goliardico. Un libro che è andato letteralmente a ruba e che contiene definizioni italiane ‘taroccate’. Alcuni esempi?

MAGMA: Parola che dice un vulcano appena nato.

ORATA: Pesce che si cuoce in sessanta minuti.

FILOVIA: Pensiero del ladro dopo la rapina.

APPARATO: Urlo da stadio dopo un rigore”.

Angela Balboni

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